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SINCRONICITA'


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Sandro Bonvissuto, “Dentro”, Einaudi 2012

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Da una parte quelli che avevano le chiavi, dall’altra quelli che non ce le avevano. Per il resto eravamo tutti nella stessa condizione. Non avevano, quelle chiavi, una forma molto diversa, in verità, da quella che solitamente abbiamo nelle porte interne delle case o nelle toppe dell’armadio in camera da letto, ma erano appunto grosse il doppio, il triplo, come se le avessero fatte pensando che a usarle sarebbe stata una mano molto più grande. Mi sentii rabbrividire all’idea di quella mano. (Dentro, S. Bonvissuto)

Ho appena finito di leggere un libro straordinario: Dentro, di Sandro Bonvissuto.

Non apprezzo però l’inversione dell’ordine dei racconti, frutto dell’editing Einaudi; si passa dal primo testo che narra l’esperienza di un uomo detenuto al secondo dove troviamo un ragazzo delle scuole superiori, fino ad arrivare al terzo, in cui il protagonista ha cinque anni.

Quando il piano originario dell’autore era improntato a una semplice evoluzione in tre tappe di un’esistenza umana, seguendo un registro anagrafico-interiore progressivo, che mostrava dapprima i segni sui polsi di bambino per andarli poi a decifrare di nuovo nell’età adulta, quando certi giochi sono già stati, una volta per sempre, giocati.

Mi auguro una riedizione futura delle tre storie nel giusto ordine. Probabilmente accadrà, perché di questo autore sentiremo parlare ancora. Si tratta di un libro necessario, un romanzo formato da tre corpi distinti, un testo allegorico; rimanda in continuazione, ostinatamente ad altro. Una Psychomachia di questi giorni. Filosofia narrante, antropologia; il perturbante; a tratti, scrittura surreale alla Lewis-Carroll.

Tre racconti, tre stati della materia: una sostanza che è purezza, inconsapevolezza e innocenza, uno stato intermedio, e la fase finale in cui la materia è stata percossa, ferita, e niente potrà essere più come prima.

Reiterate sono le rappresentazioni di luoghi dove l’idea perduta o irraggiungibile di purezza si concentra; la matrice di questi territori è ‘il piccolo deserto’ del racconto Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato, un luogo intriso di un’evidenza così immediata e forte da rapirci; un posto che non si mostrava dalla strada sterrata ma, se sapevi dov’era, nemmeno si nascondeva. Intanto stava lì, come una crepa nel presente (. . .) E quel posto era una buca, una buca che il tempo si era dimenticato di riempire.

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 Il ‘piccolo deserto’, nella rievocazione del protagonista, è un posto prodigioso, desiderabile,ma attraversato da lampi di presagi di sconfitta e di delusione, non solo perché i compagni di giochi vanno a goderselo escludendolo, ma perché evoca il timore che la sua essenza sia continuamente a rischio di estinzione:

Di sicuro era il vento a cambiarlo. Il vento che veniva dal mare. Perché è solo il vento a cambiare le cose, sennò queste, da sole, non cambiano mai.

La purezza ne Il giardino delle arance amare è un borgo intravisto dall’auto che porta il protagonista al carcere; un altrove impossibile da raggiungere, persino se ci si dirigesse là per un improponibile cambio di direzione di marcia.

Guardavo fuori dal finestrino, ma non si vedeva niente; solo delle minuscole luci molto distanti. Forse un piccolo borgo di campagna lontano, di quelli fatti di quattro case, la chiesuola, il fienile e la stalla, tutto raccolto intorno a un fontanile. Dopo un po’ già non lo vedevo più. Magari non c’era nemmeno prima.

 Ne Il mio compagno di banco lo spazio dell’autenticità è il banco condiviso con l’adorato compagno, territorio prezioso e neutro, scampato all’atmosfera repressiva della scuola, destinato inesorabilmente alla distruzione:

Un giorno non lo trovammo più. Non era da nessuna parte. Dovevano averlo portato via. Anzi deportato.

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Una volta superata la soglia di alcune esperienze, l’idea di purezza se ne va per sempre, scompare il ventaglio delle possibilità. Si riceve un marchio definitivo, indelebile. Infatti un detenuto diventa la sua colpa, diventa della stessa sostanza del suo reato:

Forse questo accade per via del fatto che in carcere si parla solo con avvocati, magistrati e guardie penitenziarie, cioè solo con gente che parla della tua colpa. Così lei diventa più importante di te. Ti sovrasta. Ti domina. Attira consenso e favore, o disprezzo, o viceversa rispetto. E alla fine tu non conti più niente, conta solo lei.

Oppure:

Ma i carceri sono luoghi separati davvero, da cui questa gente uscirà solo per tornare dentro.

Molti avvenimenti nel libro hanno la consistenza di cose sognate. La biblioteca del carcere è una specie di miraggio, il protagonista vi entra per una casualità, durante l’ora d’aria.

Una sorta di definizione di concetto universale di biblioteca per antitesi; in questa sono assenti tutti gli elementi che sarebbero necessari a rappresentarla. Qui non c’è catalogazione di libri; i libri non vengono restituiti; né donati né comprati; non esistono orari prestabiliti di apertura; soprattutto questa non-biblioteca possiede un solo libro, a cui è stato strappato l’incipit.

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Questo vale anche per la sala giochi del carcere in cui è presente un unico gioco. Dell’unico libro presente in biblioteca, il Don Chisciotte, l’autore conosce l’incipit a memoria; evidentemente con quelle parole ha tenuto lunga consuetudine; e la pallina del biliardino, il gioco del tempo dell’adolescenza- in cui ancora si poteva essere felici- è stata sottratta da qualcuno; il suono della pallina che scorre sulla materia ruvida ora riecheggia nella greve notte del carcere.

Biblioteca e sala giochi sono pretesto non superficiale per rievocare cristallizzazioni importanti nella memoria del protagonista.

Inoltre si pensa che in una società prodiga di eccessi di consumo, questo mondo scarno, spoglio, pieno di cattivi odori sia anche idoneo ad evocare la sobrietà.

Come se fossimo costretti a comprendere l’importanza delle cose.